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Ai pochi coraggiosi lettori

Causa trasloco del sottoscritto MrTree (fisico d’abitazione e forse anche di piattaforma virtuale -  wordpress) il blog potrebbe essere aggiornato ancora meno del solito. Il che dovrebbe costitutire un record.

Piangi e fotti – atto III

Con la messa in valore del mondo delle cose cresce in rapporto diretto la svalutazione del mondo degli uomini. Il lavoro non produce soltanto merci; esso produce se stesso e il lavoratore come una merce.
K. M.
A passi strascicati Kid arriva sul pianerottolo. Dietro la porta sente una musica e una bella voce baritonale cantare «L’estate sta finendoooo», a tutto volume. Infila la chiave nella toppa, gira, apre la porta. Con un grembiule a svolazzi bianchi vede un uomo, un vecchio con una enorme barba grigia. L’uomo, uno scopino di piume in mano, spolvera uno scaffale, cantando. Leggi il resto di questa microstoria
Leggi anche:

A Mother part 2 of 2

Lavoravo sei ore al giorno, lunedì e mercoledì esclusi. I turni erano fissati con Catherine; una volta dalle 15.00 di pomeriggio alle 21.00 e una volta dalle 21.00 alle 3 di notte, alternativamente. Settanta euro minimo per ogni venti minuti, non male per una che guadagnava otto euro l’ora come segretaria. Leggi il resto di questa microstoria

A Mother – part 1 of 2

Questa è una storia vera. Poi non venite a dire che non eravate stati avvisati. Dove sono nata non ha importanza; sono italiana, mi chiamo Ilenia. Ho avuto una vita ‘normale’, così direbbero tutti, fino a 24 anni. Una famiglia molto tranquilla, abitavo in provincia. Ho fatto l’università: Lingue e Letterature Straniere. L’inglese è importante per lavorare, dicevano. E avevano ragione. Leggi il resto di questa microstoria

Niente più lamponi

Lo yogurt al lampone sapeva di chewing gum, di arancia passata, di medicina per la tosse e aveva un retrogusto acido come la frenata secca di un ottovolante. Leggi il resto di questa microstoria

Allah akbar

vista_bosforo_bigNikon D40x – 24mm, F 4, 1/30.

Quando parte, parte. Non c’è storia. Che sia mattina o sera o metà pomeriggio o chissà quale altra ora del giorno, immersa nell’aria umida e densa di metà aprile, la voce del muezzin rimbomba dai minareti. Ovunque. Voci e voci, fuori sincrono, lunghe teorie di vocali stirate, di «Aaaaa…», di «Eeeee…», di «Iiiii…», un lamento che è in realtà un invito, un richiamo. E dalla sua panchina con vista sul Bosforo Mehmet si alza ogni mattina al suono dei primi strilli amplificati. Corre a lavarsi mani, piedi e testa, per pregare verso il sole nascente; in piedi, in ginocchio, prostrato. Poi torna sulla panchina coperta di giornali per godersi in pieno l’alba magnifica. Leggi il resto di questa microstoria

La profezia mutevole (I)

   La porta è rotta e non si chiude. Avanti, indietro, 47 secondi di intervallo, poi ancora avanti, indietro. Toni conta… 1, 2, 3… nuovo periodo, nuovo apri e chiudi. Gli altri passeggeri sembrano non farci caso. Il treno è troppo pieno per lamentarsi di un banale guasto alle porte del vagone. Apparentemente solo Toni ne è mortalmente infastidito. Sudato, nervoso, con il cappotto calato a metà ma ancora infilato nelle braccia, come una camicia di forza, Toni conta i passaggi della porta rotta, accerchiato da altre 34 persone nel vagone; anche loro più o meno affaticate, sudate, infastidite. C’è chi parla, chi urlacchia al cellulare, una coppia si struscia. Toni è in piedi nel corridoio centrale, salendo a C******* non trova già più posto.

   Come al solito Toni rifugge la promiscuità italiota e si avvicina con fare noncurante a una coppia anglofona che ha individuato a metà vagone. Arriva nel mezzo di una frase:
  
   – So that’s why I can’t get rid of it easily…
  
   E’ un uomo che parla. Sopra i trenta anni, ben vestito. Ha in mano un libro. Toni sbircia la copertina; The First Verse di Barry McCrea. Mai sentito.
   L’uomo parla a una ragazza più giovane, straordinariamente carina. Lentiggini e occhi verdi. Uno sguardo un po’ allucinato, ma anche lei ben vestita e con capelli ordinati, lunghi fino alle spalle.

   – But… – risponde lei – If you just leave it here, I mean… How on earth it can come back to you?

   – You don’t understand – scuote la testa l’uomo. – It’s not supposed to work like that. You know what? Let’s try…

   Toni ha smesso di contare le aperture e le chiusure della porta rotta e ascolta con attenzione. Di solito si mette accanto ai turisti per farsi affascinare dall’idea del viaggio (con il suo lavoro viaggiare è difficile) e per fare pratica d’ascolto, essendo le lingue (in particolare l’inglese) la sua passione. Si domanda di cosa la strana coppia stia ragionando e del perché una ragazza così carina possa lasciarsi intrappolare in una discussione all’apparenza totalmente priva di senso.

   I due inglesi (americani no, non sembra) aprono insieme il libro che l’uomo aveva in mano, come sfogliando le pagine in modo casuale. Poi si guardano attorno, ma senza incrociare gli occhi curiosi di Toni.
   L‘uomo scrive qualcosa in un taccuino, poi la ragazza controlla  qualcos’altro nel libro e nel taccuino, sembra esterrefatta. Infine i due si alzano di scatto e senza una parola né un gesto scomposto se ne vanno verso la testa del treno.

   Sul sedile è rimasto il libro. Toni lo vede, si volta per chiamare i due turisti, se davvero erano due turisti, ma riesce a intravederne solo i profili, mentre la porta del vagone si richiude alle loro spalle.

   Il treno rallenta, si ferma. Stazione centrale, decine, centinaia di pendolari scendono dal treno e Toni ha il libro in mano. Se lo rigira fra le dita, osservandolo. Sul frontespizio c’è un timbro stampato in verde, è un ex libris: sotto l’immagine stilizzata di una mano che porge un volume si legge la scritta «The Book Crossing Society», in caratteri gotici e un po’ sbiaditi.
   Toni scende dal treno velocemente, spintonato dagli altri passeggeri; dei due inglesi nessuna traccia. Nessuno che somigli alla misteriosa coppia né sulla pensilina, né nei dintorni del treno. Mentre Toni allunga il collo per controllare meglio, un rastone alto due metri impatta su su di lui, facendogli perdere l’equilibrio. Toni esclama:

- E che cazzo!
- No, cazzi tua – risponde con cattiveria il rastone.

   Nello scontro il libro è caduto; raccogliendolo e rimettendosi in piedi Toni vede una scritta  tracciata a mano in blu sulla prima pagina, nello spazio prima del testo stampato. È in una grafia ordinata, leggermente inclinata a destra che Toni legge:

   Two hours from now. RedCap wins; give it back to her or pay the consequences. Do not look at page 46 before lunch.

   Il tutto senza riuscire a capire nulla del possibile significato delle parole…

Ennesimo di servizio

Nelle prossime due settimane il blog potrebbe esssere aggiornato con frequenza (ancora più) alterna: sono in viaggio fino al 4 febbraio!

Nel frattempo vi invito a seguire questo topic in cui si sviluppa in modo ‘eterodosso’ una vecchia microstoria di successo…
Perché questo blog?
Questo blog nasce da un'idea precisa: raccontare storie, o meglio 'microstorie'. Reali e irreali, tragiche o comiche o demenziali. Le microstorie sono unità minime di senso narrativo, che chiedono la collaborazione di chi legge; bisogna immaginarsi il seguito o il contesto della storia più grande. Come quando guardando un film ci si aspetta che fuori dall'inquadratura la realtà ripresa esista davvero, che basti spostare la cinepresa. Le microstorie possono essere sommari di trame di romanzi mai scritti, oppure piccole sceneggiature intertestuali che rimandano ad altre opere, o ancora mini-dialoghi, esercizi di stile, epitaffi, barzellette. Due sole regole: poche parole e la presenza di una storia, cioè di qualcosa da raccontare a qualcuno.
Alcuni vicini

SIC

Trentarighe
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