FB Mon Amour
What’s on your mind?
E il cursore a stecca lampeggia. Partono veloci i tasti, scrittura a otto dita, anni di affinamento. Tac, tac, tac:
Penso che in fin dei conti non valga la pena vivere. Penso che userò lo straforzino – carico di rottura 500 kg – per chiuderla qui. Non ho avuto idee geniali, saluto tutti. Addio.
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Di nuovo qui.
Il trasloco vero è finito, quello virtuale non è (ancora) nemmeno iniziato. Però il blog riparte. Nel frattempo i lettori e gli amici sopravvissuti alla mareggiata possono seguire i lavori del GRANDE ROMANZO SIC; un progetto di Scrittura Industriale Collettiva in cui sono coinvolto come Direttore Artistico.


Ai pochi coraggiosi lettori
Causa trasloco del sottoscritto MrTree (fisico d’abitazione e forse anche di piattaforma virtuale - wordpress) il blog potrebbe essere aggiornato ancora meno del solito. Il che dovrebbe costitutire un record.
Piangi e fotti – atto III
Con la messa in valore del mondo delle cose cresce in rapporto diretto la svalutazione del mondo degli uomini. Il lavoro non produce soltanto merci; esso produce se stesso e il lavoratore come una merce.
K. M.
K. M.
A passi strascicati Kid arriva sul pianerottolo. Dietro la porta sente una musica e una bella voce baritonale cantare «L’estate sta finendoooo», a tutto volume. Infila la chiave nella toppa, gira, apre la porta. Con un grembiule a svolazzi bianchi vede un uomo, un vecchio con una enorme barba grigia. L’uomo, uno scopino di piume in mano, spolvera uno scaffale, cantando. Leggi il resto di questa microstoria
Leggi anche: Mini-serie "Piangi e fotti"A Mother part 2 of 2
Lavoravo sei ore al giorno, lunedì e mercoledì esclusi. I turni erano fissati con Catherine; una volta dalle 15.00 di pomeriggio alle 21.00 e una volta dalle 21.00 alle 3 di notte, alternativamente. Settanta euro minimo per ogni venti minuti, non male per una che guadagnava otto euro l’ora come segretaria. Leggi il resto di questa microstoria
A Mother – part 1 of 2
Questa è una storia vera. Poi non venite a dire che non eravate stati avvisati. Dove sono nata non ha importanza; sono italiana, mi chiamo Ilenia. Ho avuto una vita ‘normale’, così direbbero tutti, fino a 24 anni. Una famiglia molto tranquilla, abitavo in provincia. Ho fatto l’università: Lingue e Letterature Straniere. L’inglese è importante per lavorare, dicevano. E avevano ragione. Leggi il resto di questa microstoria
Niente più lamponi
Lo yogurt al lampone sapeva di chewing gum, di arancia passata, di medicina per la tosse e aveva un retrogusto acido come la frenata secca di un ottovolante. Leggi il resto di questa microstoria
Allah akbar
Nikon D40x – 24mm, F 4, 1/30.
Quando parte, parte. Non c’è storia. Che sia mattina o sera o metà pomeriggio o chissà quale altra ora del giorno, immersa nell’aria umida e densa di metà aprile, la voce del muezzin rimbomba dai minareti. Ovunque. Voci e voci, fuori sincrono, lunghe teorie di vocali stirate, di «Aaaaa…», di «Eeeee…», di «Iiiii…», un lamento che è in realtà un invito, un richiamo. E dalla sua panchina con vista sul Bosforo Mehmet si alza ogni mattina al suono dei primi strilli amplificati. Corre a lavarsi mani, piedi e testa, per pregare verso il sole nascente; in piedi, in ginocchio, prostrato. Poi torna sulla panchina coperta di giornali per godersi in pieno l’alba magnifica. Leggi il resto di questa microstoria


