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Zy’s Story Episode I
Praticamente arriva a 26 anni e tutto le è andato di lusso; tutto tuttissimo e poi si accorge che in realtà non sa fare troppe cose, e lei credeva di saper almeno scrivere, e invece no, una montagna in salita anche quella, e il cervello da solo non basta, ci vuole la forza del muschio, basso, brutto, ma che cresce a tutte le latitudini e colonizza i sassi.
Così è questa ragazza, che chiameremo Zy. Né più né meno Zy decide di smettere di vivere e di guardarsi intorno, come una che va sott’acqua e molla tutto. Tutto quanto, ma proprio tutto quanto, in assoluto, mangiare e bere compreso. Inizia a scrivere osservando gli altri, nella sua testa, è l’unica cosa che fa. Poi gli altri la ricoverano e il mondo crolla, metaforicamente, s’intende, e Zy continua a scrivere nella sua testa. Evitiamoci il senso del tragico che è facile e doloroso e non porta da nessuna parte, ok?
Mi chiamo Zy e credevo di essere speciale, mentre a quanto pare la più grande conquista che la maturità ci riserva è capire di essere tutto sommato ‘normali’. Mi chiamo Zy e non sono una scrittrice. A parole lo ero, e scusate il gioco, ma non nei fatti. Ora sto male, ma neanche troppo, sto imparando, e guardo gli altri sbagliare mentre io non vivo e non sbaglio.
Mi chiamo Zy, e questo almeno l’avete capito bene, No? Bene? Insomma.
Come me ce ne sono a manciate, più fitti dei granelli di sabbia più di quanti non riusciate a contarne una mattina in un vagone verso ****** (inserite una città a piacere), con le finestrone bloccate e tutte appannate, nel rumore agitato di un treno che dalla provincia va in centro. Decine di ragazzi e ragazze come me, non più ragazzi, non più ragazze, giovani adulti al massimo. Ok. Questo io voglio raccontare nella mia parentesi astratta, di questo. Un passaggio, un viaggio, in un vagone dai vetri appannati, verso un posto di cui non sappiamo il nome e insieme a gente che… alla fine? Insomma, tutti uguali e tutti nemici.
Prendiamo Paolo qui davanti che sta nel vagone accanto a me. Facevamo la stessa facoltà. Ci siamo iscritti entrambi a ingegneria dalla nascita praticamente, da quando i miei a me hanno regalato il Meccano invece del merdoso camper di Barbie (pianto di tre settimane) e a lui le Lego technic. Io sono sempre stata più brava di lui a scuola, più brava di molti a dire la verità e anche terribilmente più inconsapevole e cattiva. Che lui abbia poi una cotta per me da almeno quindici anni è talmente evidente che posso smettere di guardarlo prima che a causa del vapore dentro il vagone lui inizi letteralmente a fumare. Pensate che lui sia soddisfatto?
Si sistema la giacca e mi chiede: «Zy, hai visto che prendono i curriculum alla Trinax?».
Io non rispondo. Ho la nausea e penso a quando da bambina mi cuocevo la schiena contro gli scogli insieme ai miei genitori e il mio mondo finiva lì, e i miei mi sembravano dei giganti e degli dei. Poi i miei sono morti. No, mica per davvero, li ho dovuti uccidere io, nella mia testa, a piccoli colpi, un eroismo per volta; ma non per questo fa meno male averli persi, eh? Non rispondo al povero Paolo.
«Zy, ma mi dici che hai, sono settimane che non parli, cazzo».
Paolo è triste e arrabbiato. Io no. Però piango.
Aspettiamo di vedere almeno come va la mattina prima di piangere, dico io, o no?


