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Una strada sbagliata (e meno micro del solito)

   Rigagnolo è un piccolo borgo, nel comune di San Luciano. Il cartello sulla strada in salita, prima delle case gialle sul ciglione della collina, dice: «Benvenuti a RIGAGNOLO – frazione del Comune di San Luciano». Lettere nere su sfondo bianco. Qualcuno a bomboletta ha aggiunto in una grafia abbastanza netta un «Arezzo merda», giusto a segnalare e ribadire la difficile posizione geografica dell’abitato.
   San Luciano infatti è l’ultimo comune a nord della provincia di Arezzo, praticamente uno sperone di terra infilato come una penisola nel territorio fiorentino, e i suoi cittadini, per usare un eufemismo, rifiutano di riconoscersi docilmente nella folta chioma della Chimera (il simbolo della città di Arezzo) preferendo vivamente lo storico Giglio (viola, nunc et semper), emblema del capoluogo toscano. Quelli di Rigagnolo poi sono esattamente sul confine, cioè a nord di San Luciano, in costante diverbio linguistico con i compagni di provincia (i dialetti non si assomigliano proprio), perennemente amareggiati dall’antica divisione in diocesi che li ha relegati fuori dall’amata patria dantesca, separati dalla rivendicata terra natia solo da un piccolo torrente, il «Rigagnolo», appunto.
   Carlo Pinelli, detto «Carluccio» perché gobbo di spalle, lavorava ad Arezzo, e abitava a Rigagnolo. Tutti gli altri rigagnolesi, cioè 137 adulti, 202 pensionati e 68 ragazzi (per un totale di 407 tifosi-abitanti Viola), lavoravano, avevano lavorato o avrebbero lavorato a Firenze.
   Su questo punto erano tutti inflessibili: – Noi altri si vuole andare a lavorare in macchina a Firenze  – dicevano i compaesani di Carlo con evidente superbia. Lui invece andava in treno; prima scendeva in vespa a motore spento (quando si può, per risparmiare) fino a San Luciano downtown, poi raccattava il primo regionale della mattina verso Arezzo. Era un viaggio triste triste, vuoto di un’assenza e di un silenzio (i pendolari andavano quasi tutti nell’altro senso) che sembravano accusare di masochismo l’unico passeggero presente nei vecchi vagoni polverosi.
   Un giorno che la Fiorentina perse un’amichevole contro l’Arezzo metà dei compaesani di Carlo smisero di salutarlo. Questo era il clima. E poi, senza fidanzata, senza veri amici, Carlo,  che viveva da solo con il vecchio babbo, s’impegnava troppo nel lavoro, finendo per rimanere fuori paese lunghissime ore. Era correttore di bozze, nell’unica casa editrice che l’aveva voluto; casa editrice specializzata in cataloghi promozionali, settore orafo soprattutto.
   Ad ogni modo la vita scorreva abbastanza felice per Carluccio, almeno fino ad una domenica mattina d’inverno, quando entrando nell’unico bar di Rigagnolo (il «Bar Firenze») non scoprì di essere malato. Malato grave. Fu un brutto colpo, per tutti; un trauma arrivato all’improvviso. Quel giorno Carlo si avvicinò al bancone per chiedere un macchiato e una pasta, come ogni domenica, ed esclamò:

  – Alò, che c’hai lì de bono? Fami vedere – il tutto pronunciato nel subitaneo  ammutolimento generale, e senza l’ombra più flebile del raddoppiamento fonosintattico, cioè di quel fenomeno strano, che piace tanto in televisione, quello che fa imitare il vernacolo fiorentino con le doppie a cascata e tutte attaccate insieme.
   Di colpo Carluccio si era ammalato. A forza di stare fuori paese aveva preso l’aretino. Il barista gli rispose fingendo, con inverosimile cortesia, di non aver capito:

   – Icché tu ha detto, nini? – iniziando comunque a svaporare minaccioso con la macchina del caffè.
   Qualcuno nel bar si era alzato in piedi, altri uscivano. I vecchi scuotevano la testa. Carlo non fece colazione e scappò di corsa a casa, gridando: – Acasa! Acasa! – e non – Accasa! Accasa! – come avrebbe fatto quando non era malato.
  Il povero babbo rimase malissimo. Dopo un mese che l’aretino persisteva fu proprio l’anziano genitore a parlare con Carluccio, dicendogli:

   – Figliolo, bisogna che tu capisca. Noi un si pole andare avanti così. Vai figliolo, vai!

   E Carlo andò. Via.
   Nessuno lo rivide in paese. C’è chi dice che sia partito per il Canada, a Montreal, imparando l’inglese e che poi sia stato ammazzato in una disputa con degli oltranzisti francofoni. C’è chi dice invece, con un po’ di malignità, che sia nascosto ad Arezzo, sotto un altro nome, abbia sposato una della Valdichiana e aperto una rosticceria in centro.
   Solo i vecchi della frazione, quando qualcuno gli domanda che fine avrà fatto Carluccio, rispondono, sputacchiosi:

    – Porino quello. Quando uno piglia la strada sbagliata… – e se ne vanno poggiandosi sui loro bastoni, mentre Rigagnolo è sempre lì, fermo, immobile sul ciglione della collina.

In vacanza

Il blog è chiuso per ferie fino al 26 agosto, e che Dio vi benedica.

MicroSerie (senza finale?) #4: 2169, I

La “lingua antica” del distretto Ecutonico era nella notte dei tempi considerata come la lingua più pura di tutta l’area sud-occidentale del Mondo I.  Negli anni tuttavia ha finito per corrompersi, assimilando in gran parte le regole e la fonetica della lingua parlata a nord, il vecchio inglese, commercialmente più forte.

L’imposizione di una lingua unica per tutto il Mondo I fu comunque inevitabile e venne sancita dalla scelta (successiva alla guerra di Divisione) di obbligare gli abitanti all’uso formale della newLingua. La newLingua (filologicamente piuttosto distante dall’antico inglese) prescinde da una grammatica e da una sintassi proprie, e si compone all’incirca di 2000 soli vocaboli, combinati di volta in volta per dare vita a significati diversi e comunicazioni differenti. L’espressione verbale è assoluta e non coniugata ("vedere" per esempio si scrive e si pronuncia kan per tutti i tempi e tutte le persone), ed è posta all’inizio di ogni frase. Sul verbo poi si costruisce il resto del senso linguistico. Così il corrispettivo in newLingua di "osservatore"  è ManuKan, dove "uomo" è Manu. Da notare che ManuKan non corrisponde solamente al sostantivo univoco della oldLingua "osservatore", ma anche all’azione ricorrente di vedere, fatta da un uomo o da una donna, nel presente, nel passato o nel futuro. Per capire: astronomo è ManuKanFax (Fax=stella/e) oppure "Quell’uomo mi guarda fisso" è ManuKanEs, dove Es si può assimilare vagamente all’antico "io/me".

Ogni distretto però, e quello Ecutonico non fa differenza, ha conservato e sviluppato il proprio dialetto, o oldLingua, che, buono per gli usi quotidiani e comuni, ha mantenuto moltissime affinità con la “lingua antica”.

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Il blog festeggia il passaggio delle  1000 visite. Ora, considerato che 750 le ho fatte io, 250 non è male, no?

Grazie a chi legge e chi partecipa (pochi!).

Technorati Profile

Ce la farà?

- Forza! Colpiscilo! Al corpo perdio! AL CORPO!
Turbine di suoni e colori e facce intorno al ring dove Sam “Sghignazza” Agnorelli, per la particolare smorfia tesa durante l’incasso, si è messo a ballare intorno al Campione. Nessuno, signori e signori, avrebbe mai creduto alla possibilità di uno spettacolo come questo alla vigilia dell’incontro. Paul Dorelli detiene il titolo imbattuto da quindici incontri, quindi
- Cristo Gesù Sam, copriti! ATTENTO AL DESTRO! COPRI, COPRI!
Il secondo e allenatore di Sam si sbraccia, sputando saliva a getto continuo, vecchia gloria del pugilato anni ‘60 e si sentono le urla attraverso il muro della folla, e OOHHH, incisiva serie di Dorelli al corpo e al volto, gancio e montante violentissimo e Sam è al tappetto. L’arbitro lo sta contando signori e signori, 3…, 4…, non sembra in grado di rialzarsi, 5…, 6…, no, eccolo seduto e poi in ginocchio, barcolla, ma è in piedi. Fragorosissimo applauso dal pubblico, si combatte ancora e
- Gong -.

Telefonate a puttane I

- Vaffanculo Ivan!
- ‘fanculo te, stronza!
E il cordless che vola in parabola netta discendente dal braccio al muro con un sonoro SBAM! Pezzettino nero a terra, lo stiamo perdendo, lo stiamo perdendo; cordeless deceduto. Ivan attacca a piangere che sembra un coniglio morente della collina dei conigli e la testa fra le mani e i capelli tirati e il cuscino a cazzotti. Che palle Ivan, che palle Martina.

Più lungo di un odore

Un lunedì pomeriggio di un giorno qualunque di primavera Peter sta studiando la termodinamica con metodo e abnegazione, quando una ragazza, mai vista in quella biblioteca, fa il suo ingresso nel campo visivo/olfattivo del ragazzo, si avvicina e domanda:
- Ciao è libero accanto a te?
- Sì, è libero – scandisce con evidente sofferenza Peter.
La ragazza è particolarmente carina; un tipo di bellezza sui generis, fatta di particolari banali che nell’insieme si valorizzano: capelli biondini, occhi sul verde. Peter invece dimostra dieci anni in più dei 21 che ha, anche se come vantaggio ha sempre avuto, a dispetto del raffreddore perenne da polvere, un olfatto preciso e fastidioso. Per esempio quando in biblioteca si siede qualcuno accanto lui immediatamente riesce a capire se è fumatore, da quanto in astinenza da tabacco, se digiuno o a corpo pieno (e nel caso quale fosse stato il menù), il grado d’igiene personale, talvolta perfino i gusti sessuali.
Ad una rapida scansione di naso la ragazza sembra ‘pulita’, e Peter non riesce a contenersi, lanciandole itermittenti occhiate sul banco di destra, mentre lei, teoricamente ignara, ha aperto una rivista femminile, Cosmopolitan per l’esattezza, fingendo di leggere.

Bayonne

Bayonne è una città strana, chiusa raccolta dentro le sue mura, che ruota intorno ad una cattedrale affumicata, e Pablo anche lui girava intorno alle mura, intorno alla cattedrale. Insieme ad almeno diecimila persone, vestito di bianco e di rosso, ma era come se fosse solo.
Decise di ubriacarsi senza appello e ad un bar luccicante di marmi, di specchi e di neon e si fece servire insieme ad altri cento della birra. Chiara e saporita, ma tanta, e poi ancora e ancora, fino a che i colori non iniziarono a girare. Si ritrovò accanto una ragazza, che sorrideva, e le chiese il nome.

Perché questo blog?
Questo blog nasce da un'idea precisa: raccontare storie, o meglio 'microstorie'. Reali e irreali, tragiche o comiche o demenziali. Le microstorie sono unità minime di senso narrativo, che chiedono la collaborazione di chi legge; bisogna immaginarsi il seguito o il contesto della storia più grande. Come quando guardando un film ci si aspetta che fuori dall'inquadratura la realtà ripresa esista davvero, che basti spostare la cinepresa. Le microstorie possono essere sommari di trame di romanzi mai scritti, oppure piccole sceneggiature intertestuali che rimandano ad altre opere, o ancora mini-dialoghi, esercizi di stile, epitaffi, barzellette. Due sole regole: poche parole e la presenza di una storia, cioè di qualcosa da raccontare a qualcuno.
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