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Il fumo uccide

   Quando è buio non possiamo fumare. È pericoloso, dicono. All’inizio non ci credevo, ma poi l’ho visto succedere con i miei occhi. Karl è morto così, una pallottola calibro 7,62 piantata precisa in un occhio; per ricomporlo decentemente prima del rimpatrio quelli dell’obitorio hanno dovuto fare i turni. Non possiamo farci nulla: la brace di una sigaretta si vede fino a più di trecento metri di distanza nell’oscurità. È come mettersi in faccia un bersaglio luminoso per cecchini ogni volta che tiriamo una boccata. Due notti fa il tenente Dannuzza ha mollato una manata sul collo di Leo così forte da fargli sputare la cicca che teneva tra le labbra:
   – Deficiente! – gli ha detto poi Dannuzza – vuoi farci ammazzare tutti per colpa di una sigaretta accesa, eh?
Degli ufficiali nessuno sembra fumare. Solo il colonnello a volte va in giro con una vecchia pipa, ma spenta; immagino sia più che altro per scena. Ha fatto l’altra guerra lui, così dicono.
   Comunque noi soldati non possiamo fumare nemmeno di giorno con facilità. Vietato nelle tende, potrebbero incendiarsi; vietato vicino ai pozzi; vietato vicino ai depositi di munizioni e negli automezzi. Ora però sono a riposo, fuori dalle tende, lontano dal fronte, seduto su una cassa di birre rovesciata. È notte e sto tranquillo. Fumo in pace la mia sigaretta.
   Lo so che dovrei smettere, fa male. Ma quando tutti i giorni ti aspetti di saltare per aria da un momento all’altro è buffo come non te ne freghi assolutamente nulla di un po’ di catrame nei polmoni. Anzi, è una bella sfida alla morte, no? E poi nelle sigarette che ci passa il Comando non ci sono le fastidiose cubitali scritte nere delle confezioni normali. Evidentemente qualche capoccione del servizio forniture ha pensato: – Ehi, non facciamo deprimere i ragazzi giù al fronte, togliamo “IL FUMO UCCIDE” dai pacchetti, hanno già chi gli spara addosso!
   Stendo più comodamente le gambe, schiaccio una colonna di formiche. Sono dappertutto, ma com’è possibile? Aspiro profondamente. Trattengo il respiro. Inizio a rilassarmi quando arriva Marvin, detto "Schizzo". Marvin è il più accanito fumatore della compagnia, ed è sempre senza una cicca:
   – Ehi amico hai da offrire?
   Né un saluto, né un ciao. Scroccone malefico. Tutte le sue sigarette se ne vanno a puttane, nel senso che spende tutto il suo capitale di tabacco per comprarsi le donne del posto, e poi chiede l’elemosina di nicotina ai commilitoni.
   – Sicuro Schizzo. Te ne basta una? –  rispondo con gentilezza eccessiva.
   – Sì amico, grazie. Ma non chiamarmi Schizzo, ok?
   – D’accordo Schizzo, come vuoi Schizzo.
   Marvin arraffa la sigaretta che gli porgo e gira il culo andandosene bestemmiando. In effetti qui all’inferno avere sigarette in abbondanza ha i suoi vantaggi. Il Comando ne passa una stecca a testa a settimana, della migliore marca sul mercato. Appalti militari, sempre perfette. In questo paese schifoso manca tutto; le sigarette sono il non plus ultra del lusso, e puoi comprarci davvero quello che ti pare.
   Noi del gruppo Alfa l’abbiamo scoperto di persona un pomeriggio di pattuglia fuori città. Eravamo solo in cinque, niente ufficiali. Dovevamo perquisire una casa isolata: – sospetti rifugiati – ci avevano comunicato via radio. Ovviamente non c’era nessuno a parte una ragazzina di massimo 17 anni. Se ne stava lì, senza capire una parola di quello che le chiedevamo, e quando Brian si è acceso una sigaretta non la smetteva più di indicare il suo pacchetto e poi sé stessa e a gesti si è tirata su un po’ la gonna. Un pacchetto per uno, ci siamo andati a turno, non è stato così bello. Sono ripassato di lì tre giorni fa; la casa è stata appiattita da una bomba. Il ricordo triste rimane.
   Adesso sono di nuovo solo. In cielo è salita la luna, piena e gialla, come non lo è mai dalla finestra di casa mia. Lontana 6534 chilometri casa mia, più o meno. Soffio gli sbuffi in alto, tirando le ultime boccate di fumo azzurrino. Con gli due soffi precisi faccio dei cerchi, sono sempre stato bravo a farli. Uno incornicia la luna che così non sembra più neanche la luna, ma una ruota, con intorno una gomma grigia ed evanescente. Domani attacchiamo il fronte. Se riesco a raccontarla anche stavolta giuro che smetto di fumare.
Perché questo blog?
Questo blog nasce da un'idea precisa: raccontare storie, o meglio 'microstorie'. Reali e irreali, tragiche o comiche o demenziali. Le microstorie sono unità minime di senso narrativo, che chiedono la collaborazione di chi legge; bisogna immaginarsi il seguito o il contesto della storia più grande. Come quando guardando un film ci si aspetta che fuori dall'inquadratura la realtà ripresa esista davvero, che basti spostare la cinepresa. Le microstorie possono essere sommari di trame di romanzi mai scritti, oppure piccole sceneggiature intertestuali che rimandano ad altre opere, o ancora mini-dialoghi, esercizi di stile, epitaffi, barzellette. Due sole regole: poche parole e la presenza di una storia, cioè di qualcosa da raccontare a qualcuno.
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