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Camera singola
La finestra è chiusa, il gas del fornellino serrato bene, scollegato il telefono. Sabato arriverà il nuovo inquilino. Le mie cose stanno tutte in due casse, una scatola e una valigia, raggruppate, vicine, come se si scaldassero assieme fuori della porta. Filtra sempre un po’ di luce dalla persiana sinistra, angolo basso di destra: ha una stecca scollata, pendente in diagonale. Vedo tutto. L’alone dei poster staccati dal muro, quello delle foto. Il posto dove stavano i tappi per le orecchie e i panni appesi, insieme alla sveglia, sulla sedia-comodino; vedo le macchie eroiche del pavimento ingiallito. È stato bello studiare qui. Siena è stata una bella città, belle queste mie quattro mura. Ora è il momento di lasciare la stanza però, battiscopa infestato di formiche all inclusive. Mariano di là tira lo sciacquone, è l’ultima volta che lo sento, e la smetteremo di litigare su chi sveglia chi al mattino. Andrò a salutarlo con una stretta di mano, i numeri di telefono li abbiamo, e buona fortuna ad entrambi.
Una stanza è solo una stanza, e questa non era nemmeno tutta per me. Eppure ci lascio dentro qualcosa, forse. Adesso parto per tornare a casa, e poi ripartire, verso altre stanze suppongo. Le quattro mura attualmente senza padrone mi salutano facendosi più strette, oppure sono io che mi stiro alzando le spalle, e sono più alto. Un’eco di passi mi dice addio. Sono i miei, esco. Un’ultima occhiata in giro: no, in effetti non lascio niente.


