Archivi per la categoria ‘calciodio’
Calciodio
– Oh Dio, il calcio! Odio il calcio! –ripete spesso Antonio, citando in un’unica frase il Creatore e la creatura, intendendo però il gioco con la palla e con i piedi, anch’esso in fondo ormai integrato nell’ordine cosmico.
Riassumendo, Antonio studia chimica e odia il calcio. Da piccolo non ha mai giocato all’oratorio, non si è mai sbucciato le ginocchia sull’erbetta sintetica, non ha mai fatto le scintille coi tacchetti sbattuti contro il cotto degli spogliatoi e infine non ha mai perso tempo ad imparare le formazioni a memoria attaccando le figurine dei giocatori sul banco. E’ la genetica, a volte.
Purtroppo Antonio ha sviluppato negli anni una calciofobia violenta e inarrestabile. Lo odia, il maledettissimo, strapagato, insulso, irresponsabile, sforma-coscienze, deturpatore di domeniche, fastidiosissimo e irritante, calcio. Un branco di bestie per Antonio, tutti, l’universo intero, con al centro la colata di argilla italica che suda, bestemmia e spreca energia e combustibile fossile dietro al pallone. Per andare a vederlo, per andare a parlarne, per. Antonio ha calcolato che con le emissioni medie globali dei cittadini italiani che il fine settimana si spostano per seguire il calcio si potrebbero spingere 120 aerei per 30 volte intorno al mondo, oppure finanziare in petrolio il corrispettivo di 4 missioni spaziali della Nasa, insomma un bello spreco, per lui.
Ma torniamo alla fobia. Secondo lo stesso Antonio tutti (intendendo proprio tutti) si sono messi d’accordo per ricordargli continuamente il calcio. La mattina accende la radio e becca sempre una discussione sul calcio mercato; al bar dell’università il rosa gazzetta lo accende come un toro. Scalpita, rumina, si allontana. Ma è inevitabile: in corridoio, in chiesa, in pineta, in treno, in aliscafo, al museo o in pizzeria, dai tavoli accanto, gli arrivano brandelli di conversazioni insopportabili, inesplicabili, criptiche il più delle volte ma sempre fastidiose.
Per esempio:
– Oh, hai visto cos’ha fatto ieri sera *nome di giocatore X*?
– Per me dovrebbe andare a zappare, lui e quell’altro *nome di giocatore Y*
Oppure:
– Da un punto di vista tecnico-tattico *nome di giocatore Z* è più una punta che un centrocampista. Non fluidifica, sta lì fermo, è pesante.
– Sì, ma l’hai visto il dribbling della sera di Champions?
Ma è soprattutto il rapporto con Chiara, la sua ragazza, ad aver subito un duro colpo. Chiara è una ragazza semplice, di sani e onesti principi. Condivide con Antonio, o meglio condivideva, tutti i suoi interessi, cioè nessuno, a parte la chimica e i calcoli sul consumo medio di carburante pro capite. Sfortunatamente Chiara ad un certo punto ha deciso di fare un po’ di sport, e seguendo il consiglio di due sue amiche si è iscritta in palestra. Dalla palestra al relativo campo di calcetto la distanza è poca e ora Chiara gioca in una squadra femminile. E’ brava, anche. Per mesi lei ed Antonio non hanno parlato d’altro. Passaggi, schemi, corner, traverse: e comunque l’arbitro era un venduto, ma ha idea di quanto ho sudato stasera? E ti pare che non compro le scarpe coi tacchetti morbidi? E via di questo passo.
Litigate a non finire, fino a quando Antonio (che il calcio lo odia, ma per Chiara uno sforzo ogni tanto può anche farlo) non va a vedere una partita, senza avvisare Chiara: sorpresa! Sorpresa. Chiara esce dallo spogliatoio e vede Antonio, sbiancando. Antonio guarda lo spogliatoio e vede uscire il mister – 1,86, carnagione scura, un passato da mezz’ala di C1 – che si abbottona i jeans, e capisce.
A questo punto arrivano le pecore. Sì, Dio ha creato anche quelle, scialando a piene mani in certi posti del mondo. In Nuova Zelanda per esempio il rapporto di pecore per abitante è circa 8 a 1, e il consumo medio di idrocarburi per persona è uno dei più bassi al mondo. Un paradiso. Niente male anche la borsa di studio che l’università di Wellington ha offerto ad Antonio per averlo tra i suoi ricercatori in chimica organica. E Antonio ha accettato. ‘Fanculo a Chiara, e soprattutto ‘fanculo ad una nazione di cervelli all’ammasso dietro una sfera di cuoio. In Nuova Zelanda non c’è nemmeno un campionato di calcio vero e proprio! Ah!
L’unico problema è la lingua. Sfortunatamente Antonio sa poco bene l’inglese, e quello che parlano i suoi nuovi compagni di università è difficilissimo da capire, almeno i primi giorni. E dire che ci sarebbe perfino una certa Claire, una biondina dell’ultimo anno che quasi quasi, se solo comprendesse un po’ meglio la lingua. La cosa più strana per Antonio è però un intercalare che tutti usano, Claire inclusa. Non lo conosceva, né si aspettava un difetto linguistico così diffuso: è un suono strano, un po’ gutturale, a metà strada tra un rutto e uno starnuto. I neozelandesi lo ripetono in continuazione, ogni dieci parole il misterioso vocabolo salta fuori. Antonio non ha ancora capito di cosa si tratta, assomiglia a qualcosa come «rabbi», «ragbi», o forse «rugby»…


