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	<title>www.infinitemicrostorie.it &#187; a mother part 1 of 2</title>
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		<title>A Mother &#8211; part 1 of 2</title>
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		<pubDate>Tue, 24 Feb 2009 11:31:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>MrTree</dc:creator>
				<category><![CDATA[a mother part 1 of 2]]></category>

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		<description><![CDATA[Questa è una storia vera. Poi non venite a dire che non eravate stati avvisati. Dove sono nata non ha importanza; sono italiana, mi chiamo Ilenia. Ho avuto una vita ‘normale’, così direbbero tutti, fino a 24 anni. Una famiglia molto tranquilla, abitavo in provincia. Ho fatto l’università: Lingue e Letterature Straniere. L’inglese è importante [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div>Questa è una storia vera. Poi non venite a dire che non eravate stati avvisati. Dove sono nata non ha importanza; sono italiana, mi chiamo Ilenia. Ho avuto una vita ‘normale’, così direbbero tutti, fino a 24 anni. Una famiglia molto tranquilla, abitavo in provincia. Ho fatto l’università: Lingue e Letterature Straniere. L’inglese è importante per lavorare, dicevano. E avevano ragione.<span id="more-199"></span></div>
<div>Non sono mai stata particolarmente inibita. Ho fatto l’amore la prima volta a 14 anni, in prima superiore; non mi è piaciuto, ma poi la cosa è migliorata.<br />
Sarà che i miei non erano cattolici, sarà che il rapporto con il mio corpo è sempre stato piacevole, ad ogni modo il sesso l’ho vissuto bene, e con molta comprensione per le fissazioni degli uomini. Voglio dire, per un uomo (per la maggioranza di quelli che ho conosciuto) il sesso è la prima cosa: giratela come vi pare, metteteci dentro e intorno tutti i problemi e le turbe sociali e psicologiche che vi pare, ma è così. <em>Lust</em> si chiama in inglese, e la parola «lussuria» in italiano non rende del tutto il significato, almeno per me.<br />
Finito di studiare ho cercato un lavoro. Non ero fidanzata, non lo ero più. Dopo una storia di quattro anni ci siamo lasciati spontaneamente, di comune accordo. Abbiamo ‘galleggiato’, separati, allontanandoci per qualche mese, per poi chiudere definitivamente.</div>
<div>
<p>Trovare un lavoro, da single, secondo me è stato più difficile. Ne ho provati molti; barista, cassiera, lezioni private di inglese, qualche supplenza nelle scuole. Ma il fatto di essere una donna libera, dopo un po’ generava un certo sospetto, un dubbio sessuale nei colleghi maschi, e anche nelle colleghe femmine. Comunque io volevo il posto fisso, e dopo più di un anno l’ho ottenuto. “Segretaria addetta alle vendite” in un’azienda di prodotti per parrucchieri. Detta così suona male, lo so, ma l’azienda in questione importava sotto licenza esclusiva (un colpo di fortuna incredibile) piastre e phon per capelli; prodotti di lusso, facendo molti soldi. Soldi che io vedevo con il binocolo, sia chiaro. Ma almeno parlavo inglese tutto il tempo.<br />
Le cose hanno iniziato ad andare male quando è arrivato il figlio del proprietario. Tommaso, detto anche: «Ehi, chiamami Tommy, ok?». Promosso, anzi catapultato, direttore commerciale dal padre, e di due anni più piccolo di me. Il piccolo Tommy ha iniziato subito a fare lo stronzo. Nulla di tremendo, eh! Allusioni, doppi sensi, qualche invito esplicito (rifiutato) e piccole ritorsioni. I sindacati mi stanno sulle scatole e ho lasciato correre. Ma non mi andava di dargliela per farlo stare buono. Non sarebbe finita mai così. Allora sono andata dal padre, il ragionier Perella, panciuto ignorante, riciclatosi come <em>general manager</em> dell’azienda:<br />
– Signor Perella, per favore, potrebbe dire a suo figlio di non abusare troppo della sua posizione?<br />
Perella non ha capito, o ha fatto finta, continuando a stropicciarsi le mani grassocce sulla giacca. Ha detto che sicuramente c’era un malinteso, che avrebbe provveduto, che.<br />
Dopo due settimane mi sono licenziata. – Se devo fare la troia di qualcuno – mi sono detta – almeno lo farò alle mie tariffe.<br />
Così sono partita. Perché l’Italia non è un bel paese. Ho vissuto un anno in Inghilterra, facendo diversi lavori, ma questa è una storia lunga. Alla fine ho scelto di andare ad Amsterdam. Volevo fare soldi, volevo farne tanti, e li ho fatti.<br />
A ventotto anni conoscevo il modo in cui si trattano gli uomini, cosa vogliono, come respingerli. A ventotto anni ero bella, e lo sapevo.<br />
All’inizio non è stato facile però. Chi crede che la prostituzione in Olanda sia un lavoro come un altro e che tutto sia semplice si sbaglia. È difficile rimanere senza qualcuno che ti “protegge”, e la legalità tanto sbandierata è solo una linea sottile.<br />
Ci sono quelli che noi chiamavamo i <em>loverboy</em>, i simpatici stronzi che provavano a diventare i fidanzati-protettori, tra velate minacce e una corte grossolana. Peggio ancora ci sono i <em>Turchi</em>, o tutti gli altri del giro; quelli che per iniziare ad affittare una stanza nel quartiere (ci vogliono almeno 15.000 euro di anticipo, più la rata d’affitto tutti i mesi) prestano i soldi e poi li rivogliono a usura, senza mai permetterti di fare davvero pari.<br />
Le donne che lavorano da sole, o in piccole società, ci sono, ma sono in minoranza: sono le più belle, quelle che sanno più lingue, le più tenaci. Io ero fra quelle.<br />
Avevo dei soldi da parte, e ho investito sulla cosa migliore del mondo: il mio corpo. Con una ragazza di ventun’anni di nome Catherine, belga, ho diviso le spese per una stanza su <em>Barndesteeg</em>.</div>
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