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For Zuer – Welcome to Jordan

Quando il pulmino ha frenato di botto è stato come un calcio in corpo. La nausea c’era tutta, così come la puzza di frantoio. Che sembra un misto di olio, animale morto, e merda. Zuer continua a ripetere indicandoci cose a destra e a sinistra “Welcome to Jordan” e noi gli crediamo. I giordani impacchettati dalla kefiah guidano come assassini, perfettamente sobri.

La pianura è piatta come dev’essere e lontano dal finestrino si vedono le montagne. Quali e di quale nome non saprei dire. Stanotte sono stato male. Non era la diarrea, una parola ingiusta per il malore, o meglio non era solo la diarrea. Era male di viaggio. Il sole del Mar Morto deve avermi fritto il cervello e il sale bruciato gli occhi, ma sto piangendo e mi nascondo sotto le lenti scure. Gli altri con me sono persone in gamba, bravi perché in vacanza lo siamo tutti, finché qualcosa non va storto, allora immagino tornerebbero alla normalità, ma mi piacciono tutti e sento affetto per ognuno.

La Strada dei Re pare straordinariamente priva di buche, ne sento quasi la mancanza e ho comunque voglia di vomitare. Zuer, che ha quattro figli maschi e una femmina, ci racconta le barzellette su Aladino in un inglese pastoso e bellissimo, come il cibo di questa terra (che per inciso io non digerisco). Lo ricambio con un indovinello di famiglia: “Cos’è che andando giù ride e tornando su piange?”. Tutto il gruppo ci pensa. Zuer è affascinato. In qualche modo, per tentativi, si arriva all’acqua e qualcuno, non mi ricordo chi, indovina: la carrucola e il secchio di un pozzo. Zuer ride e io penso alla mancanza in generale, ai bisogni umani e all’acqua. Non ne hanno molta in Giordania, anzi non ne hanno proprio.  Non ne avevo neanche io per la doccia stamani. Sono rimasto polveroso. Polvere, che mi sembra di aver capito gli arabi chiamano turab. Qui copre tutto e sarà un caso ma mentre con la coda dell’occhio vedo passare l’ennesimo ragazzo circondato dalle capre d’ordinanza, dalla strada arrivano e passano via veloci le note dell’unica canzone occidentale sentita fino ad ora: I Queen, Another One Bites The Dust, polvere su  polvere, ancora.

La solita Bubu accanto a me sbuffa perché il sole è dal suo lato e la sta cuocendo. “Ti sei dato la crema?”, mi rammenta. “Mettila o ti bruci le mani!”. Ancora non si vede perché il caldo è appena iniziato, ma sono una maledetta mucca pezzata, ringraziando San Stronzio, patrono degli affetti da vitiligine. Vitiligine, dal greco vitiliginòs,  cioe ‘saggezza’. O anche ‘pezzatura fottuta’. Insomma quando mi abbronzo le mie mani diventano come la cartina del Medioriente, tanti pezzettini tutti diversi; qualcuno più moderato e rosa, altri completamente bianchi. Da bambino mi immaginavo le macchie come isole e ne tracciavo i contorni, reami d’epidermide e frustrazione. Le nascondo, anche qui. Stando attento inoltre a non porgere mai la sinistra per salutare, è considerato scortese, dice. Per via che in teoria con la sinistra ci si pulisce il culo, pare. Io sempre usato la destra comunque e abbondantemente munita di carta in precedenza.

Può darsi che i Queen abbiano poteri taumaturgici? I ranocchi nello stomaco si sono addormentati. Posso controllare nuovamente la strada e parlare con Zuer. Siamo in una zona povera; le case sembrano scatole di cartone rivoltate e diverse carcasse di furgoni e automobili arredano i bordi delle vie e i campi, insieme a gomme e cerchioni. Questa dei cerchioni dev’essere una fissazione araba. Li vendono ovunque e più tamarri sono meglio è.

Non mi va di parlare troppo dei luoghi però, delle cose viste, degli edifici: nella migliore delle ipotesi le guide sono noiose. Mi piacciono di più le persone, al mercato, nei suk, nei valloni scoscesi insieme alle capre. Chiedo sempre il nome, l’età, cose del genere, e cerco di capire leggendo i volti, le storie: se davvero i sentimenti sono uguali dentro il cuore degli uomini. Li rintraccio nei sorrisi. Sorridono bene i giordani, e ancora meglio i bambini dei beduini che sono bellissimi.

Il deserto è passato e l’incredibile Petra anche. Ho i piedi rovinati dalle vesciche e da diversi chilometri di roccia. Sono in  aeroporto: i compagni si sono divisi pezzo dopo pezzo, a gruppi e singoli, come tante molecole o atomi. Ciascuno ritorna a quello che ha, o che non ha, o che vorrebbe. Saluto Zuer abbracciandolo forte; è davvero dispiaciuto. “I’ll never see you again?” gli domando pieno di sonno. “Insha’Allah”, è la sua risposta ed è tutto quello che mi basta.

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Questo blog nasce da un'idea precisa: raccontare storie, o meglio 'microstorie'. Reali e irreali, tragiche o comiche o demenziali. Le microstorie sono unità minime di senso narrativo, che chiedono la collaborazione di chi legge; bisogna immaginarsi il seguito o il contesto della storia più grande. Come quando guardando un film ci si aspetta che fuori dall'inquadratura la realtà ripresa esista davvero, che basti spostare la cinepresa. Le microstorie possono essere sommari di trame di romanzi mai scritti, oppure piccole sceneggiature intertestuali che rimandano ad altre opere, o ancora mini-dialoghi, esercizi di stile, epitaffi, barzellette. Due sole regole: poche parole e la presenza di una storia, cioè di qualcosa da raccontare a qualcuno.
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