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Il ritiro

Era aprile o forse era maggio, non ha importanza. La neve non c’era più e noi potevamo camminare lungo il fiume, dalla chiesa fino in paese, senza intoppi, semplicemente schivando le pozzanghere.

Ci facevano cantare e cantare e camminare; probabilmente per stancarci, così la sera gli ‘animatori’ avrebbero potuto fumarsi una sigaretta in pace, pomiciare nel chiostro e rilassarsi, invece di sorvegliarci. Avevano un modo bizzarro di mantenere la disciplina; erano solo pochi anni più grandi di noi. Funzionava così: le ragazze chiamavano i ragazzi che ci minacciavano fisicamente, tiravano lacche bonarie dietro le orecchie e feroci pugnetti secchi tra la spalla e il gomito, dove fa più male.

Comunque, prima tentavano sempre di stancarci, soprattutto la sera prima di andare a dormire. Io non cantavo, però camminavo. Spesso in fondo alla fila, cercavo sempre un posto dove poter osservare la colonna. Arrivati in paese di solito lo schema era fisso: gelatino (una palla sul cono e via) e breve ricognizione intorno all’unico monumento del paese. Seduti tutti cinque minuti e lezione di catechismo improvvisata dall’onanista-capo, il più ‘responsabile’. Tanto il prete non c’era. Rientrati dovevamo andare di filata nelle camerate, ma prima preghiera turbo della buonanotte in chiesa, tra le facce allampanate di quelli che già dormivano in piedi e degli altri, illuminati dall’elettricità tremolante, che si smoccolavano, lisciavano i capelli, sputicchiavano, grattavano, tiravano pestoni.

Insomma non si stava male, tolto il vitto, l’alloggio, i compagni e le abluzioni. Ah, io ero innamorato, tra le altre cose. Lei aveva la mia età ed era l’alba ed era il tramonto, conosceva la musica e le canzoni, seguiva i gruppi, divideva il bene e il male, affrontava l’ingiustizia e la rabbia; possedeva una grazia e un mistero che per me erano quelli di un’isola disabitata. Non la comprendevo ma parlavamo, e mi sforzavo, come deve forzarsi il burro, quando è spalmato su troppo pane. Non riuscivo a intuire i confini dei suoi perché, o del suo malessere, che era anche il mio ma degli anni a venire. Era bella, come sono belle le apparizioni. Rimanendo solo con lei tutto andava bene: avevo una cognizione lampante della vita e dell’universo che, allora,  escludeva del tutto il dolore. Escludeva tra l’altro anche le seghe di gruppo, all’epoca molto in voga durante i ritiri dell’oratorio.

Ma il resto non si poteva cancellare: oltre alla presenza di lei, tutto intorno, rimanevano il catechismo e le canzoni, le camminate fottute dalla chiesa al paese, il gelato; l’ortica nel sacco a pelo e i raid fatti col dentifricio, ovviamente ai danni dei più deboli. In genere non dormivamo che qualche ora, ma eravamo svegli e attenti e ci prendevamo sul serio.

Una sera, l’ultima sera del ritiro, lei venne nella mia camera. La dividevo insieme ad altri tre compagni di ritiro. Sfigati totali (sottoscritto incluso, s’intende). Fino a cinque minuti prima avevamo speso il nostro tempo antecedente il sonno tirandoci pezzi di arancia marcia, da un letto a un altro, poi entrarono le ragazze. Era una cosa alla buona, una trasgressione alla mortadella, un pigiama party di incoscienti. Battute e risatine; ma lei mi chiese se poteva stare con me e si mise vicino al mio sacco a pelo. Non successe niente, niente di niente di niente. Gli altri lentamente cedevano al sonno; qualcuno ritornò nella sua stanza. Si sentivano colpi di tosse e il rigirio dei corpi nei letti. Lei rimase lì, coperta a metà dal mio sacco a pelo. Mi disse: «Sto bene qui» e si addormentò. Era accanto a me.

3 Commenti 8220;Il ritiro”

  • Cristiano scrive:

    :-)

  • MrBojangles scrive:

    So che è difficile, ma pensa anche a chi apre questa pagina 3 volte al giorno alla ricerca di nuove storie. Diciamo pure che questo progetto ha un ruolo sociale… Continua a scrivere.

  • Gala scrive:

    Mi associo in pieno a Mr. Bojangles! Infinitemicrostorie è nella barra preferiti quindi, quando appare una nuova storia, è sempre un momento importante!!

    P.s. bella storia!

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Perché questo blog?
Questo blog nasce da un'idea precisa: raccontare storie, o meglio 'microstorie'. Reali e irreali, tragiche o comiche o demenziali. Le microstorie sono unità minime di senso narrativo, che chiedono la collaborazione di chi legge; bisogna immaginarsi il seguito o il contesto della storia più grande. Come quando guardando un film ci si aspetta che fuori dall'inquadratura la realtà ripresa esista davvero, che basti spostare la cinepresa. Le microstorie possono essere sommari di trame di romanzi mai scritti, oppure piccole sceneggiature intertestuali che rimandano ad altre opere, o ancora mini-dialoghi, esercizi di stile, epitaffi, barzellette. Due sole regole: poche parole e la presenza di una storia, cioè di qualcosa da raccontare a qualcuno.
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