A Mother part 2 of 2
Poi c’erano gli extra. Spettacoli privati, cene. Qualche cliente voleva cose particolari, magari a casa sua o in un albergo. Non ho mai detto di no, a patto di non rischiare nulla sulla salute. In cinque anni ho messo in un conto di deposito poco meno di cinquecentomila euro, puliti. Non mi sono mai fatta fregare, non mi sono mai drogata. Qualche canna, qualche volta.
Stare in vetrina non è male, e il lavoro, quello a vetrina coperta intendo, è come tutti si immaginano. Per me era veloce e indolore. La maggioranza degli uomini è composta da timidi, e anche gli altri si facevano prima adescare e poi guidare nel ‘gioco’.
Con gli italiani cercavo di non immischiarmi. Non li chiamavo mai direttamente. «Kommen hier, du böser Junge!», lo dicevo spesso. I tedeschi erano i migliori. «Viens ici beau, coquin!», decenti anche i francesi.
Non ho mai invitato nessuno in italiano. Gli italiani sono sempre riconoscibili come funghi velenosi, i cari compatrioti. Quelli che fanno il “puttantour”, come dicono di solito, sono anche quelli che pagano meno volentieri, più cafoni, più allupati e con le fantasie più sconce.
Spesso quando una faccia non mi piaceva me ne rimanevo davanti alla porta a contrattare, le braccia a nascondere i seni, la mia pancia piatta in evidenza, chiedendo cifre incredibili. Sentito il prezzo capivano che non era aria e se ne andavano. Le rare volte in cui ho accettato di lavorare con un italiano ho sempre e solo parlato in inglese. Ho poco accento e sono bionda naturale, nessuno mi ha mai chiesto se fossi italiana. Dicevo belga, come la mia amica Catherine.
E poi sono rimasta incinta. Come una povera imbecille in un paese di campagna. Come sia successo non ne ho idea. Prendevo la pillola ovviamente e usavo obbligatoriamente il preservativo. Non so come sia stato possibile. Forse un guanto era bucato, forse ho anche saltato una pillola senza accorgermene. Fatto sta che dopo una settimana di nausee incredibili, a trentatrè anni, ho fatto il test di gravidanza. Era positivo.
– Porca puttana! – ho urlato in bagno, sentendomi mancare. – Porca puttanissima puttana!
Catherine è corsa dentro il bagno e mi ha trovata ancora seduta sulla tazza, con il termometrino dalla maledetta riga rossa sempre in mano.
– I’m pregnant – le ho detto. Catherine non poteva crederci. È andata di corsa a comprarmi un altro test e l’abbiamo rifatto insieme. Positivo. E siamo scoppiate a piangere come due sceme.
Quel pomeriggio non sono andata a lavorare, e nemmeno il pomeriggio successivo.
Il primo pensiero è stato di abortire. Almeno quello, in Olanda, è una cosa semplice, senza troppe domande. Alla fine ho deciso di no. Della moralità non me ne fregava nulla, ma ormai io ero incinta, era il mio bambino. Che non ci fosse un padre semplificava di gran lunga le cose.
Tornare in Italia, incinta, non è stata una bella esperienza. Io volevo tornare però, almeno per i primi anni, non chiedetemi perché. Tutti all’inizio supponevano che ci fosse un padre, ma un padre non c’era. Agli uomini bastava un mio sguardo per far morire le domande sulla lingua, alle donne rispondevo senza una lacrima, serissima:
– Il padre è morto in un incidente d’auto, due mesi fa – e di solito bastava.
Ho partorito da sola e sono sola anche adesso. Qualche volta Catherine è venuta a trovarmi. Michele ha un anno e inizia a camminare.
Sono sempre bella e gli uomini mi guardano ancora, nel parco, anche se c’è Michele. Io non ho più voluto saperne. Con il lavoro ho chiuso. Cercherò un posto da qualche parte; proverò ad insegnare l’inglese, appena Michele potrà andare all’asilo.
Non voglio intaccare quello che ho da parte, non si sa mai che cosa può succedere.



questa sembra davvero vera
Grazie Kitiana. Questo è il complimento più bello che potessi farmi…